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Il guardaroba magico

Nello sconfinato universo virtuale dei videogames, oggi si disegnano, comprano e vendono abiti e accessori con la consulenza di fashion blogger, stylist, scuole di moda. Una mostra esplora questi nuovi, inattesi territori fashion. Cosa stan ...

Nello sconfinato universo virtuale dei videogames, oggi si disegnano, comprano e vendono abiti e accessori con la consulenza di fashion blogger, stylist, scuole di moda. Una mostra esplora questi nuovi, inattesi territori fashion.

Cosa stanno facendo, in realtà, i due miliardi e duecento milioni di videogamers che cliccano âplayâ ogni giorno su smartphone o console? Entrano ed escono da un immenso guardaroba magico. Pensano a come vestire gli avatar da lanciare nellâagone e, solo in un secondo tempo, a quali gesti fargli compiere in azione. Stimolati allâacquisto di costumi sempre più ricercati (le divise si comprano online e arrivano a costare venticinque dollari a capo) da una nuova generazione di âvideogame stylistâ, che di concerto coi programmatori crea outfit e abbinamenti ispirati allo street style, alla haute couture, al cinema e ai fumetti. Ogni scelta di stile, un nuovo potere. Ogni acquisto, un ulteriore livello di gioco. «I giocatori di nuova generazione cercano un costume che li potenzi e permetta loro di mostrarsi. Accade in particolar modo nei videogame online, dove si gioca con altre persone sparse per il mondo», dice Colin Cremin, autore di âThe Sociology of Videogamesâ. «Una divisa ben congegnata garantisce efficacia e riconoscimento nellâambito della propria community, come si fa nella scelta di un outfit quotidiano da postare poi sui social». Rimandi, significati e influenze incrociate che hanno spinto il Victoria & Albert Museum di Londra a dedicare a questa pixel cultura âVideogames: Design/Play/ Disruptâ, dallâ8/9 al 24/2, per analizzarne lâimpatto su comportamenti, architettura, fashion. «Preferisco essere in un videogame piuttosto che giocarci», disse Karl Lagerfeld nel 2008, trovandosi tra i protagonisti di âGTA IVâ. Onore riavuto nel 2014, divenuto avatar nel videogame per cellulari âKim Kardashian: Hollywoodâ con il designer di Balmain Olivier Rousteing. Un rapporto tra moda e gaming che fino a oggi sâè basato su uno scambio reciproco, ma sostanzialmente rigido: io prendo da te, tu prendi da me. Raf Simons aveva fatto da apripista nel 2010 utilizzando Lara Croft come musa del brand Jil Sander. Moschino, per festeggiare il trentennale, nel 2015 aveva lanciato una collezione di ready-to-wear e accessori rielaborando e assorbendo il logo di Super Mario e i tratti del personaggio. Il mondo anime è stato protagonista della strategia di comunicazione Prada, che per una campagna Instagram dello scorso inverno ha utilizzato una ragazza che esiste solo online, Lil Miquela. Mentre Alessandro Michele per Gucci ha preso il font di Sega, game developer mitologico negli anni Ottanta, e lâha utilizzato per le sue sneakers, esattamente come farà Puma per le nuove RS-0 (calzate dal porcospino blu Sonic) e come sta facendo Nike con PlayStation. Ma ora sta accadendo qualcosa di diverso, e il gaming prende coraggio, disegna e produce tendenze, detta le scelte. Giocare coi vestiti sta diventando il senso stesso del gameplay. âFortniteâ per esempio, il videogame più importante al mondo con 125 milioni di giocatori collegati quotidianamente, ha un modello di business fondato proprio su questo: il software di gioco si scarica gratis, ma si paga il guardaroba da cui si possono attingere nuove esistenze e nuove opportunità per i personaggi. E senza acquisti appropriati non si può andare avanti nel gioco, in un ribaltamento della concezione classica di partecipazione: il dress code, ormai, conta più delle capacità individuali. Tanto che i creatori hanno scelto di dare ai vari look un nome emblematico e quasi esistenziale: âskinsâ, pelli. «Ho appena comprato un nuovo paio di pantaloni aderenti a venti sterline, e non riesco a smettere di fare acquisti online», racconta James Davenport, che recensisce videogiochi per Pcgamer.com, «in un ambiente virtuale in cui non câè nessuno che conosca o nessuno di cui teoricamente dovrebbe interessarmi il parere, sono diventato ossessionato dalla mia apparenza». Câè Love Ranger, una sorta di statua greca con ali dâangelo e pantaloni skinny rosa da go-go dancer di un club di Mykonos. Câè Disco Fever, che non avrebbe problemi allâingresso del Pacha di Ibiza per la serata âFlower Powerâ di Bob Sinclar. Il sergente Green Clover sembra una regina steampunk. Power Chord è vestita come una streetwear punk. Tricera Ops un poâ dolce e un poâ pericolosa, con indosso una di quelle tutine a forma di animale che vanno a ruba online. Poi Rapscallion, in una sorta di outfit Jean Paul Gaultier. E Super Striker che sembra un supercalciatore uscito da uno spot Nike.

Gli sviluppatori del gioco, gli statunitensi Epic Games e People Can Fly, rifiutano di rivelare i nomi e i profili di chi prende parte al brainstorming che si cela dietro alla scelta delle skins, e a quanto ammontano i guadagni. Si sa però che nel processo sono coinvolti non solo programmatori, ma anche fashion blogger e stylist, mentre uno scouting continuo viene fatto tra i diplomati della Central Saint Martins di Londra e della Parsons di New York. Videogame outfit designers, quindi. Un ufficio creativo e stilistico che sta diventando il cuore pulsante di ogni game factory: la californiana Riot Games ha appena dichiarato un incasso di due miliardi di dollari solo vendendo abiti virtuali per i personaggi del suo âLeague of Legendsâ. Tanto che dalle console escono personaggi idolatrati come model stars e schermate che sembrano fashion shows. «Sa essere pericolosa e marziale anche con indosso la giacca di un tailleur: quando mi sento una âbadassâ, mi vesto come lei», dice la lifestyle editor di âPopsugarâ Alexandra Whiting, appassionata giocatrice di âFinal Fantasyâ e fan della sua eroina Lighting. La stessa avatar usata da Louis Vuitton come testimonial del brand, con la spada in una mano e la borsetta nellâaltra. «âSplatoon 2â ispira i teenager nello streetwear, âThe Legend of Zelda: Breath Of the Wildâ è una bibbia di eleganza maschile, âUncharted: The Lost Legacyâ la guida perfetta per mixare praticità combattente e vanità glitter», spiega Gita Jackson, sceneggiatrice di games freelance. «I videogames stanno diventando le nuove style fanzine».

Vogue Italia, settembre 2018, n.817, pag.515

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